Corvi. Seconda parte

6d41a331b7f984596f50b0530970406a.jpgCorvi. Seconda parte
 
racconto di Livia Bidoli 
 
Originalmente pubblicato in Shades, Anno IX, marzo 2007, n. 3 pp. 9-13, Torino. 
 
Era troppo presto per le favole, però il sole era all’orizzonte e Lucy pensò che forse anche quello sarebbe piaciuto ad Amanda. Avvolgendola fra le braccia la portò di fuori, sulla sedia a dondolo della veranda, proprio di fronte al sole.
Amanda era ancora agitata ma il dondolìo della seggiola la confortava facendola scivolare più docilmente fra le braccia della mamma. Lucy ora le faceva osservare i diversi colori che prendeva il sole:
“Guarda dritto davanti a te: vedi come viene attraversato dai colori? Prima il rosa e l’azzurro pallidi che lentamente virano verso il lilla, poi l’arancione ed alla fine il rosso, che spegne definitivamente la luce accendendo il buio.”
Amanda aguzzava i suoi occhi azzurro chiaro facendoli diventare due sfere iridescenti che la mamma fissava rapita. Quella figlia era esattamente come voleva lei e per fortuna non assomigliava a Bill neanche un po’.    
 
Bill era ancora di sopra, stava esaminando una crepa nel pavimento della stanza di Amanda non riuscendosi a spiegare come fosse potuto accadere che, proprio lì, si fendesse il rivestimento in legno della camera. Aveva aiutato lui stesso il carpentiere a fissare i listelli di quel parquet bianco panna e sotto sembrava tutto solido. Seguendo con il dito la fenditura si accorse che, quasi invisibile, slittava verso l’alto, sulla parete di fronte alla porta, proprio sopra il lettino della bambina. Chiamò Lucy ma lei non lo sentiva, tutta intenta a declinare le sfumature del sole alla piccola.

In quel momento Bill udì gracchiare di sotto: un suono sinistro, piano, continuo. Rabbrividì cominciando a pensare che Lucy avesse ragione ad aver paura di loro, e che lui stava sbagliando a coprirli. Una sensazione di gelo gli percorse la schiena, sentì un brivido di calore subito dopo come se le sue sensazioni cominciassero ad aggrovigliarsi l’una contro l’altra. Temette di perdere la testa: voleva andare giù a fracassare tutto: rompergli gli armadi sulla testa, dare fuoco a tutto quello che si trovava di sotto, all’intera casa e poi andarsene con Lucy ed Amanda. Non lo fece. Restò ammutolito a sentire i rumori che provenivano da sotto senza quasi respirare, trattenendo il fiato. Non si mosse per un intero minuto.

Loro non smisero di gracchiare ma aumentarono il volume finché Lucy, da fuori, non ebbe un brivido e corse dentro. Restò immobile anche lei, al piano cucina, scrutando la piccola fessura che si stava aprendo sulla porta: fu avvolta da una nuvola di fumo denso, acre, e fece appena in tempo a correre fuori per prendere Amanda perché la nuvola si era già spostata, era a due passi dalla bambina che dormiva.

La nuvola cedette terreno, diventando grigia e sussultando verso la porta della casa, senza smettere di emanare quell’odore intenso e pungente da cui Lucy si ritraeva senza però allontanarsi troppo dalla casa. Qualcosa di tremendamente profondo la legava a quella casa, e nemmeno la minaccia verso la bambina la convinse ad andarsene. C’era qualcosa che doveva fare prima, prima di lasciare definitivamente quel covo dove Amanda era stata concepita ed era nata.

Lucy guardò la nuvola, diventata nera, scomparire nella serratura della porta, quasi assorbita dal legno intorno al chiavistello: si ridusse entrandoci mentre dietro si sentivano dei rumori crepitanti, come se avessero acceso un piccolo fornelletto. Non capiva cosa succedesse: vide una luce ed aprì la porta ma i bagliori la accecavano ed il caldo era insano. Uscì fuori barcollando, in preda ad uno strano delirio:
“Bill scappa, porta via la bambina, non può restare qua!”
Crepitii di fiamme convulsamente l’avvolgevano senza bruciarla, non riuscivano a toccarla: le danzavano intorno come in un cerchio, trattenendola dentro. Lucy cominciò ad urlare: si trovava in uno stato quasi di trance, il gas che emanavano le fiamme era forte e pungente, come la nuvola fuoriuscita prima dalla porta.
Piano piano ricordò: una leggenda diceva che il fuoco apre due strade, l’una verso la vita, l’altra verso la morte. Lei non poteva ancora morire, ecco perché le fiamme non la bruciavano: stava avviandosi su un’altra strada, senza conoscerla.
Loro gracchiavano, erano stridenti e sinistri ma non riuscivano più a metterle quella paura paralizzante della prima volta che scese giù. Non poteva però ancora uscire dal fuoco. La porta della cantina si era chiusa davanti a lei ed ora era da sola davanti a loro. Nel fuoco iniziò a comparire un piccolo disegno, composto da lapilli e guizzi di fiamma, il colore predominante era il rosso. Lei gridò un’ultima volta a Bill di portare via la bambina e poi si concentrò sul fuoco.
I disegni si facevano sempre più fitti, rigogliosi, crescevano come piante: si inerpicavano, la incatenavano al cerchio, svettando poi verso l’alto. La prima cosa che vide fu un cerchio verde, con un nucleo circolare dentro, assomigliante ad una ruota, ma liscia. Questa sorta di ruota girava vorticosamente mentre il nucleo restava fermo, era bluastro e con dei puntini neri.
Lei lo osservava, sedotta da quel movimento veloce e sicuro con il suo centro impassibile ed immutabile. I corvi stavano fermi davanti a lei senza muoversi: ora li vedeva bene. Con le piume nere come il catrame gracchiavano contenti, festeggiavano la loro vittoria.
Lucy li guardò in segno di sfida e di nuovo si concentrò sul nucleo del cerchio. Il cerchio cresceva e lei si ritrasse: il cerchio la seguiva però, e mentre si ingrandiva ad un certo punto la circondò ed il nucleo la attraversò: come un lampo le trapanò la schiena e le vertebre, lei era immobile. Non fremette, lasciò che la ruota la percorresse come in un vortice senza opporre resistenza. Si fidava del cerchio: lo conosceva, faceva parte di lei e quel nucleo bluastro la liberava da qualcosa che le stava dentro, incatenato al suo corpo ed impedendole di muoversi. Fece un passo in avanti ed incontrò il primo corvo, che le parlò:
“Lucy, non devi temere. Non possiamo più colpirti ora. Il cerchio ha deciso la tua condizione, non puoi e non possiamo sottrarci.”
“Come faccio a saperlo? Come faccio a fidarmi di voi? E’ tutta la vita che mi ossessionate”
“Lucy, non dipende da noi. Ora il tuo cerchio ti guiderà e non sentirai più gracchiare, non sentirai più nulla. Prendi Amanda e vattene.”
“E Bill?
“Lui non sa, non può sapere. Non è ancora in grado. Forse un giorno vi rincontrerete, ma non è il tuo uomo quindi lascialo.”
Lucy fece un altro passo avanti e poi si fermò: si guardò intorno e vide la cantina splendente, immersa in una luce nuova, tendente al verde e soffice, come una mano guantata di ancara che accarezza lieve una guancia ora più rosea.
Lucy diede un’ultima occhiata a quel pertugio prima oscurato dai rovi e procedette, esitante, verso l’interno della cucina, tutta dipinta di vernice giallina, del colore delle vecchie bambole. La cucina era il luogo dove aveva passato più tempo per dare la pappa alla bambina, lucidare i pavimenti pieni di briciole che Bill disseminava per recarsi in salotto, masticando un panino rigonfio di wurstel e maionese.
Il primo piede lo mise fuori con circospezione ma non aveva più paura: fuori brillava il sole ed i campi di grano erano sterminati davanti a lei, le spighe fitte si rincorrevano in un protendersi di bagliori e lei fissava il sole, alto. Il tempo non era passato oppure era tornato indietro dalla sera prima: la mattina era sicuramente inoltrata, ed il sole non accennava a discendere verso terra, bruciando la sua pelle pallida. Lucy si coprì le spalle nude aprendo gli occhi fino a strabuzzarli: non aveva mai visto tanta luce.
 
 
Foto di Livia Bidoli 
Corvi. Seconda parteultima modifica: 2008-05-19T23:28:35+00:00da liviabi
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