Corvi. Prima parte

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Corvi. Prima parte
 
racconto di Livia Bidoli 
 
Originalmente pubblicato in Shades, Anno IX, marzo 2007, n. 3 pp. 9-13, Torino.  
 
Il loro desiderio era di annichilirla, di costringerla ad autoannullarsi. Volevano sfinirla coi loro giochetti di rimandi, provocazione dopo provocazione. Stancarla finché non cedesse, dichiarandosi sconfitta nel suo intimo. Morta. Morta in vita.
Ecco cosa volevano donarle: una morte in vita, come le creature di Poe. Come se si potesse vivere così, e non morire.
I corvi occhieggiavano sempre dalla cantina, cercando di afferrare ogni suo movimento. Lo traducevano poi nel più feroce dei rumori. Un battito d’ali di pipistrello, una casseruola che si fracassava a terra, dei vetri rotti che cadevano al suolo, rompendosi in mille pezzettini.
I corvi avevano becchi ed occhi, eppure nessuno di loro parlava mai. Le inviavano invece dei bigliettini con su scritto cosa dovesse fare, cosa gli piaceva e cosa non gli piaceva. In questo modo la tenevano al giogo tutto il giorno e le aprivano la porta solo per mandarla a fare la spesa.   

Certe volte si chiedeva cosa ci stava a fare coi corvi: avrebbe potuto scappare oppure ucciderli, invece restava. Aveva scelto la sua condanna. Forse voleva punirsi per qualche pensiero nascosto di libertà coniugale, forse li detestava ed in quel modo imprigionava anche loro.

A Bill non importava molto: quella vita così grama gli andava bene. Che lei fosse rinchiusa in casa lo rendeva tranquillo, così sfogava il suo impulso sadico. I corvi gracchiavano e lui rideva.
Come potesse resistere non lo sapeva: sapeva solo che andare avanti era l’unica cosa che era in grado di fare. Portava il suo fardello come una sconfitta, eppure lanciava invettive crudeli contro di loro. Non sarebbe mai riuscita a muovere un solo dito se avesse continuato a pensarla così. Ci voleva un cambiamento, e di quelli grossi.
Lucy conosceva bene la cantina e sapeva come muoversi: c’erano due sedie, un armadio, dei cassettoni, un piccolo tavolo tondo. Appese al muro c’erano delle stoviglie vecchie e bisunte: erano anni che non scendeva in cantina per pulire. Fra queste stoviglie c’era un vecchio armadietto da bagno dove conservava  farmaci (ormai scaduti) per curare l’epilessia, di cui soffriva fin da piccola. Ora ne usava degli altri, più efficaci e senza controindicazioni.
Non sarebbe mai sopravvissuta, si diceva: se fosse andata giù non sarebbe più risalita. Eppure, dopo tanti anni, c’era qualcosa che le diceva che ce l’avrebbe fatta, che c’era un piccolo barlume di possibilità.
Dalla cucina aperse la porta per dare una prima occhiata: era buio, e loro gracchiavano, felici. si ricordò di Edgar Allan Poe e “Il corvo”: “Nevermore quoth the raven”. Mai più disse il corvo. Immaginò di essere Lenore in quel momento, tornata dalle lunghe tenebre per risvegliare i suoi corvi afflitti da quello strano e rumoroso male. 

Aperse piano la porta: era buio. Non voleva guardare ma accese la torcia e scese i primi tre scalini. La torcia col suo fascio di luce riusciva a stento ad illuminare fino ad un metro da sé. Si decise a proseguire. Bill era fuori e non l’avrebbe disturbata, pensò. Fece altri tre scalini ma il fondo della cantina non lo riusciva a scorgere, non aveva nemmeno idea di quanti scalini avrebbe dovuto scendere per toccare il pavimento.

Cominciava ad intravedere qualcosa: la cima dell’armadio, le due sedie appoggiate al muro lì vicino, l’armadietto a sinistra. Non riusciva a scorgere altro. Altri tre scalini, sentì un passo felpato allontanarsi. Si ritrasse. La paura era risalita forte nel suo petto: le mani tremavano e la luce virò improvvisamente in basso. Corse veloce sugli scalini e sbatté la porta della cantina, serrandola col chiavistello.

Bill rientrò poco dopo ma lei non si era ancora ripresa e lui se ne accorse.
“Ehy, hai una faccia pallida come uno spaventapasseri… ma non così divertente!”
“No, non ho nulla. Stavo facendo le pulizie e sono scivolata sul gradino, giù, nel cortile.”
“Hai la faccia di chi è stato investito da un fantasma e non ha fatto in tempo ad evitarlo!”
“Bill, tu li senti i rumori in cantina?”
“Certo che li sento, saranno i topi!”
“Non sono i topi Bill, e tu lo sai.”
“No, non lo so invece.“
 “Ma a te non danno fastidio?”
“Sinceramente no, non proprio.”
“Credi che resisterò a lungo?”
“Non lo so, non mi interessa. Potresti pulirla la cantina, così non ti darebbero più fastidio!”

Pensò in quel momento che forse c’era un’altra strada per arrivare in cantina. Si ricordò che due finestre davano fuori, sul giardino, e che forse sarebbe riuscita ad aprirle da fuori. Fece subito il giro della casa e si sporse sul giardino guardando di sotto: in quel momento si accorse che al posto dell’erba bassa che si aspettava di trovare, c’era una specie di campo fitto di rovi, difficili da tagliare senza l’aiuto di un uomo.

Lucy non sapeva che fare: chiedere aiuto a Bill sarebbe stato vano, non si sarebbe mai messo ad estirpare i rovi per lei, pigro com’era, ed in più l’avrebbe presa in giro facendo finta che i rumori strani li sentiva solo lei. In quel momento uno strano rumore provenì dalla cantina: un suono che non aveva mai sentito, sibilante. Sembrava che i corvi trasportassero qualcosa che strusciava per terra, come se avesse delle ruote di ferro od una punta tale da rigare il pavimento. Lucy si fermò ad aspettare. Voleva capire cosa stava succedendo di sotto. Architettavano qualcosa? Si stavano difendendo perché avevano capito che lei stava per ribellarsi al loro predominio? Non lo sapeva e continuò ad ascoltare. Il rumore si era spezzato ora, andava a tratti: si fermava per qualche secondo e poi riprendeva per un intervallo di tempo più lungo.
 
Lucy si stava innervosendo: voleva capire ed aprì la porta della cantina. Ancora buio. Accese la torcia: i rumori cessarono. Diede un’occhiata muovendo la torcia ma di nuovo non riuscì a vedere niente. Sarebbe voluta scendere ma in quel momento udì la bambina di sopra gridare e corse su a perdifiato, sbattendo la porta della cantina che si fracassò con un rumore abnorme sui malandati stipiti.  
Trovò Bill con la bambina in braccio che tentava di cullarla mentre lei gridava a squarciagola.
“Dammela! Ci penso io.” Bill le porse la bambina, che si dimenava in preda a convulsioni.
“Non è possibile! Cosa le hai fatto? Non era mai stata così!”
“Io non le ho fatto niente. Ho solo sentito che gridava e sono corso su per cercare di tranquillizzarla”.
“Ah, scusa, pensavo…pensavo che ti avesse fatto arrabbiare e che tu, innervosito…”
“No, che vai a pensare! Però neanche io l’ho mai vista così indemoniata!”
“Secondo me è l’effetto dei topi in cantina”. Avrebbe usato altre parole ma tanto con lui era inutile. Era d’accordo con loro. Bill non aveva il fegato per affrontare sfide più impegnative oltre a svolgere il suo lavoro, portare la paga a casa ed aiutarla ogni tanto con le faccende domestiche.
La stanza della bambina aveva il soffitto con le stelle e la luna dipinte sopra. Lucy se ne  serviva per farla addormentare: di solito le raccontava una storia con la luna di mezzo, indicandogliela e usando i pupazzetti per interpretare gli altri personaggi. La bambina rideva sempre non appena guardava la luna, esplodeva in effluvi di gioia, puntando il ditino in alto. Lei proseguiva colla storia mentre la piccola Amanda sprofondava nel sonno.
 
 
*        *        *    continua    *        *        *
Corvi. Prima parteultima modifica: 2008-05-21T17:50:00+00:00da liviabi
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