L’ombra riflessa. Prima parte

1197fc0494749ae5be0d37efe5a25d40.jpgL’ombra riflessa. Prima parte

racconto di Livia Bidoli 

Originalmente pubblicato in Shades, Anno III, gennaio 2001, n. 1 pp. 8-11, Torino.  

 
 
Pensavo di continuo a quel pomeriggio osceno, pieno di livore, e di pianto interiore. Nell’armonia risuonava nella mente quel canto paradisiaco e flesso, quei salici che dentro la loro ombra sembravano baciare l’acqua per una comunione.
 
Ed ancora immaginavo la volta in riva ad un mare tempestato di gemme, lo spuntare di quelle fauci che mi costrinsero a perpetrare un male dimenticato, che risale a riva simile a quei gabbiani morti per aver volato troppo a pelo di un’acqua livida di nero petrolio.
Dentro di me risuonava una cantilena, che con vigore sussurrava: «Agguantala! Sarà l’ultima estasi che ti rimane…» L’ombra s’avvicinava ed io, impietrita, l’assalivo con le mie parole, truci e maledette, insane.
Continuando inebetita a canticchiare, m’accorsi che l’ombra saliva, s’inerpicava su un muro dagli occhi di ghiaccio e a tratti, sottile e adunca, una spina le traversava il cuore. All’improvviso s’ingigantiva, una sfera gonfia d’aria riflessa, un genio che usciva fuori dalla lampada dei desideri. Fluiva, fluiva, incessante: una roccia che cresceva e si fortificava, un aspide che seguiva i miei pensieri galoppando in un tramonto senza aurora.
Mi disse: «Fermati». Le vene smisero di coagulare il sangue e vidi una pozza: nera, lucida, un sampietrino era gettato lì come una lapide a ricordarmi che ero ancora viva. Ma non volli accorgermene, non volli fermare il mio fiato trasceso a precipizio nella fossa comune.

Mi ricordai di un brutto saggio alla scuola di teatro e mi sovvenne l’ultimo «Vituperio! Vituperio!», di Isabella ad Angelo… un angelo, ben diverso da quello teatrale che mi si afflosciava accanto e mi parlava nell’ombra mormorandomi parole di pace che mi atterrivano più di ogni altro fantasma.

Alla fine mi scossi, raccolsi il mio sangue in un fazzoletto lacerato dalle spine e avvolsi il polso: terminò l’orrore e all’improvviso una luce di un bianco accecante m’avvolse. In realtà ero soltanto svenuta: un guardiano del palazzo mi aveva trovato, abbagliando il mio risveglio con la torcia.    
Finii in guardiola insieme a barboni e prostitute, nonostante il mio vestito fosse candido e lucente. Ma l’ombra mi perseguitava, carpiva i miei pensieri e abbatteva il mio spirito oscurato da una pena. Gli altri dormivano mentre io ero in ginocchio in un angolo della stanza, pregando l’infinito di soccorrermi. L’ombra intanto camminava a scatti, sembrava però avvilita da un pensiero costante, nevrotico, un sibilo nel buio, un nodo alla gola, soffocavo, urlai: « Aprite, vi scongiuro!» Ed è allora che vidi la mia mano stringere la gola di un qualcuno che si dimenava, scalciava a perdifiato senza riuscire a liberarsi. Era micidiale: convulsa e allo stesso tempo sofferta. Mi liberarono: io non dissi nulla, non un fiato uscì dalla mia bocca mentre le mie mani tremavano ancora per la paura.
L’ombra riflessa. Prima parteultima modifica: 2008-09-10T12:22:00+00:00da liviabi
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