L’ombra riflessa. Seconda parte

337c087bdcedc1020272708d50fc7cf5.jpgL’ombra riflessa. Seconda parte

racconto di Livia Bidoli 

Originalmente pubblicato in Shades, Anno III, gennaio 2001, n. 1 pp. 8-11, Torino. 

 

 
Il giorno dopo vidi Frank in un locale e senza raccontargli tutto gli accennai solo dell’ombra: qualcuno mi seguiva ovunque e io non lo conoscevo, qualcuno che si sottraeva evidentemente ai mie sguardi.   
          
Il fumo saliva e tramontava ornando un’atmosfera ovattata, aveva il sapore di un sacrificio composto in fondo alla coscienza e poi rinchiuso in un fagotto sperduto chissà dove. Frank mi ascoltava: io non volevo capire ciò che sospirava in silenzio e svenni sul tavolo, le braccia distese formavano uno strano circolo al cui centro si trovava la flûte.  

Un whiskey a casa mi fece riprendere: lui se n’era andato via, nell’ombra, come un assassino. 
L’ombra non smetteva di calpestare il mio corpo reso flessibile dall’alcool inghiottito, e intanto che mi rivoltavo in preda al panico onirico, mi parlò:

«Tu sai chi sei ma ancora non sei pronta per il grande balzo, quello che ti renderà nuova ed unica. Quel muro dei segreti chiamato follia.»
Tremai, rabbrividendo: un lampo di tuono sfrecciò nella stiva dei ricordi e rammentai.
Un giorno, qualche mese fa, venne da me un uomo, lo chiamavano “Il Veggente”: lui mi raccontò una storia.

Nel lontano Oriente, in Persia, c’era stata una principessa di nome Osir, dai lunghi capelli neri e dalla mente colta. Quest’anima leggiadra incontrò un uomo e un principe di nome Stair. L’uomo l’amò perdutamente ma non l’affascinava perché non possedeva quella natura ludica e letale che invece compenetrava il principe Stair. Stair diffondeva attorno a sé un profumo ammaliante e velenoso somigliante alle tenebre e attraente come un lupo solitario.

Un giorno le languide braccia di Stair la scomposero tutta, inebriandola di un piacere estatico aldilà del comprensibile, e lei si ammalò. Quel male che l’aveva colpita non era una vera e propria malattia ma un danno, per così dire, irreparabile. Il danno li aveva uniti entrambi. Vivevano in un’altra dimensione, un mondo parallelo ed irreale per chi non sa vivere un’altra realtà. Quell’amore era stato a un tempo gioia e dolore e stranamente quei due gabbiani volati così radenti rispetto alla potenza delle loro ali, sentivano quel torciglione che li arrotolava in un magico cordone come una specie di afflato. Un sospiro senza fine li incatenava e rendeva la loro folle gita nell’altrove un incantesimo perenne e inscindibile.

Li avevano separati, proiettandoli da due parti lontanissime del regno perché il loro amore non potesse disturbare la vita dei molti: coloro che si accontentavano delle briciole di cuore lasciate da altri.  

Si accorgevano tutti che, malgrado la loro distanza rimanevano indissolubilmente uniti in un modo sconosciuto alla loro gente: ognuno di loro traeva e rifulgeva un riflesso dell’altro, trasformandosi in  due specchi si figuravano come posti l’uno davanti all’altro, rimandando la medesima immagine. Un dualismo la cui matrice trasparente perdurava nel tempo. Un’immagine memorizzata nei loro due esseri reduplicanti e duali, non più soggetti unici ma doppi.

La follia aveva generato questo stato mentale contraffatto, invero più reale e simile alla sostanza interiore che ci trasforma a volte in criminali, in abietti o in clochards che, raminghi, svelano i viottoli più nascosti della nostra anima.

Ricordai, allora, capii che l’ombra non era che me stessa, quell’io trasformato in mancanza di luce, quel germe trasfuso in me dalla forza di un amore innalzato a doppio soggetto della mia essenza: un viso che non volevo riconoscere… Quel volto dai tratti maschili e femminili, sovrapposti, un calco della mia anima dalla forma visibile e concreta, che mi lasciò dimenticare il percorso della sabbia amalgamandomi ad essa attraverso una panica sinfonia di memorie occulte al mio spirito.

La follia di un giorno senza ore, unico ed intrascindibile, uscito dalla lampada dell’interrogatorio di un giudice implacabile. La ragione di un’umanità senza faccia, senza riflesso, senza specchio, orribilmente lucida a e bianca come un manicomio tappezzato di voci altre, diverse, affogate in quelle spugne di tessuto senza odore. Senza sapore: imbevute di rispetto per un’etica dell’altrove, prive di un sentimento corrisposto nell’altro mondo esistente, aldilà delle barriere di un’alcova, lontano dalle strette di mano convenienti, fuori dalla ragione.
 
 
 
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L’ombra riflessa. Seconda parteultima modifica: 2008-09-10T12:00:00+00:00da liviabi
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