Le luci diafàne. Frammento

869ac1f27ad4d445d837cd918fcf9b24.jpgLe luci diafane. Frammento

di Livia Bidoli

Originalmente pubblicato in Lights, Anno III, febbraio 2005, n. 9 pp. 12, Bologna.


Le luci tempestavano di iridi gradienti quei boulevards proiettando nei luccichii un senso estatico di cui s’inebriava l’intera distesa di raffinati lampioni Belle Epoque. L’Età del Jazz, quando Fitzgerald poteva permettersi di sognare fanciulle mondane ed alcolizzate, di frequentare scienziati della psiche in voga in Svizzera, e cenare all’ombra di candele profumate, davanti alla cascata di diamanti dell’Arc de Triomphe.

Quella distesa eterna raccontava rapita un empireo assoluto nel suo bagliore, ottundendo i sensi  e trascinando lo spirito in una nebbia rarefatta, ovattata, nella quale perdersi era quasi necessario per scoprire il valore di quel miraggio, introducendosi lentamente nei meandri del corpo.

Lucien camminando era frastornato dallo sfavillio e stava attento a seguire passo dopo passo quel labirinto di raggi che, invisibile agli altri e diverso per ognuno, aveva tracciato un percorso coi suoi fasci luminosi. Mettendo un piede davanti all’altro, tallonando se stesso ed evitando accuratamente di sfiorare le persone sedute ai tavoli dei bistrots, mentre coglieva parole dal chiacchiericcio del flusso di persone sulla via centrale. Scorgeva a volte qualcuno che, distraendo il suo sguardo dal reticolo di luci, lo deconcentrava, ed era allora che, ponendosi domande strane sui significati possibili di quelle facce sconosciute nella folla, ad un tratto vide lei. Una ragazza flessuosa, quasi conturbante nel suo dinoccolare annoiato, scrutava i negozi in cerca di emozioni da regalare ai suoi diletti, a se stessa, o forse soltanto curiosi gingilli che risvegliassero i suoi sensi intorpiditi nel fluttuare geloso dell’appannata aria invernale.
Si notavano -agli angoli delle traverse- lanterne simili a fiaccole medievali, che al contrario di queste, si agitavano non appena uno zefiro gelido le lambiva, emettendo gli striduli suoni del metallo non oliato. Dietro una di queste lucerne si fermò Lucien, per osservare la sinuosa creatura che aveva bloccato i suoi passi nella luce. Ma lei ne emanava una più intensa, riflettendo gli scintillii provenienti dai negozi sui quali attardava gli occhi, per cibarsi di quegli oggetti che la affascinavano e custodendo il segreto della loro nascita per rifrazione.
Sul suo corpo Lucien sentiva, a poco a poco, adagiarsi qualcosa di lei, ancora un riflesso, un bagliore serpentino che lo adulava mentre si appropriava di una parte di lui, addentrandosi nel suo emisfero inconscio, sostituendosi del tutto alle sue luci guida, divenendo la sua fulgida traiettoria  nel distico itinerante dei suoi sensi. La percezione di lei ora era più energica, premeva sui suoi punti focali, stava per prendere una decisione a cui lui non si sapeva sottrarre.
Dietro una vetrina, e sormontato da un cuscinetto di velluto rosso antico, era posizionata una grande pietra dura, dalle venature azzurrognole e lo sfondo viola acceso, con in cima -perché si trattava di un pendente- un’incastonatura a pioggia, una specie di colata lavica dorata che scendeva in forma frastagliata sulla gemma. I piccoli puntini che  spuntavano sull’oro fulgido e satinato si appropriarono dello sguardo di lei quando, ad un tratto, la silhouette di Lucien, semitrasparente, apparve specchiata sul monile. Eléonore distolse il volto e si girò, ma subito dopo, colta da imbarazzo, riprese a fissare la vetrata incorniciata da un legno scuro, tendente al nero e con screziature color giaietto. Lucien era stordito, non riusciva a capire quale fosse la mossa migliore da intraprendere e, nell’attesa, iniziò anche lui a fissare l’oggetto nella vetrina abbassandosi per osservarlo più comodamente ed avvicinarsi a lei.
Eléonore si scosse, ma continuò a osservare il gioiello ancora più incantata e, senza accorgersene, gli rivolse la parola.
“Vede quelle venature azzurrine? Sono rare. E’ difficile incontrare una pietra dal viola così deciso ed al contempo nitidamente ceruleo. E’ una straordinaria onirite, proviene dall’isola di Pasqua.”

Lucien era sorpreso, non sapeva cosa rispondere, alla fine pronuncio un “si” carico di significati e con molti puntini di sospensione finali. Si guardava intorno ma non c’era scampo, aveva preso lei l’iniziativa, per quanto inconsapevolmente, e ne era spiazzato.

Eléonore non s’avvide tanto del turbamento di lui perché era troppo concentrata sul chiedersi come avesse fatto a parlargli con tanta tranquillità, e per nasconderlo proseguì ad intessere lodi al gioiello che Lucien  aveva perduto di vista, stregato com’era dalle sembianze di lei.
La Ville Lumière propendeva a far incontrare gli animi vicini, ovvero coloro che si somigliano, ed Eléonore e Lucien si trovarono coinvolti in un ditirambo di colori, sfiorato da trame di vertigini immergendosi nell’incanto delle luci diafàne.
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Le luci diafàne. Frammentoultima modifica: 2010-01-03T19:55:00+00:00da liviabi
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